Progetto "Partecipare attraverso i ricordi"

ANTEA: "Luoghi di vita"

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Testi scritti dai partecipanti


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Brondolo; dove ho vissuto dalla nascita fino al 03.05.1932

Paesino dove i suoi abitanti sono in prevalenza "ortolani", cioè che si dedicano principalmente "all'ortofrutticoltura". Abitavammo a circa Km. l,5 fuori dal paese lungo la strada che da Brondolo porta a Chioggia; la nostra casa era indicata come "Cà Rossa" per il suo colore "rosa forte". La mia famiglia era cosi composta: Genitori, nonno paterno e noi quattro fratelli. Possedevamo un cavallo ed una mucca, che grazie al consenso dei miei genitori potei assistere al parto di un vitellino. Oltre ai ricordi di famiglia, anche quelli dell'asilo, la Scuola e la canonica, con Don Luigi che mi mandava sempre a prendere i sigari "virginia" che li voleva "biondi", cioè chiari, perché erano meno forti di quelli scuri. Il mare distava da casa nostra non più di 3 Km., e nelle giornate più burrascose d'inverno, mio padre era solito accompagnarmi sulla spiaggia per osservare quanto fossero alte le onde, che portavano sulla spiaggia un po' di tutto. Un mattino abbiamo trovato un carrettino in legno grezzo ma ancor funzionante, e mio padre me lo portò a casa.

Devo premettere che mio padre era un'appassionatissimo cacciatore e come tale, possedeva un'altrettanto buon cane da caccia di nome febo. Un giorno mio fratello molto più vecchio di me, prende una corda l'attacca al carrettino, dal carrettino al collare del cane poi mi dice monta, io salgo, quando il fratello lascia libero il cane questo si mette a correre zizzagando fino a che, le ruote salgono su di un cumulo di sabbia ed io vengo scaricato. Sfortunatamente caddi sopra dei vetri che mi procurarono tre tagli sul ginocchio sinistro, dove ancor oggi conservo le cicatrici. Quel giorno pasto speciale per tutti due.

Mia mamma era solita mandarmi in negozio quando le serviva qualcosa, e un giorno mi consegna dei soldi (si trattava di centesimi allora) li prendo in mano (anche perché sui miei pantaloncini corti non c'erano tasche), e così un po' di corsa, un po' al passo vado verso il paese. Ad un certo punto mi scappa la pipì, appoggio i soldi sopra ad un paracarro, finito il bisognino riprendo la strada dimenticando i soldi, arrivo in negozio e solo allora m'accorgo di non averli più. Un pianto convulso di lacrimoni mi lavarono il viso, il proprietario del negozio saputo del perché piangevo affida il negozio a sua moglie, mi prende per mano, e assieme facciamo la strada a ritroso controllando i paracarri uno ad uno fino a quello con ancora i soldi sopra. La gioia fu grande, perché malgrado si trattasse di centesimi, a quel teme o i soldi costavano molto! Alla sera quando tornò a casa mio padre non perse tempo e andò subito a ringraziare il suo amico "Brustolina" soprannome del proprietario del negozio.

Un triste ricordo che oggi è sempre vivo in me, fu una disgrazia per aver partecipato con tutta la Scuola al funerale di due fratellini investiti dal treno, non so dire se stessero attraversando i binari o se giocassero sui binari. Mia mamma dopo i funerali mi raccontò questo particolare: Le due piccole fosse una accanto all'atra dove vennero sepolti, furono rese comunicanti da un foro sulla parete di terra che li divideva voluto dai genitori affinché i due fratellini continuassero a parlarsi. E aggiungo io: Quando il dolore è cosi senza misura, anche il desiderio di non saperli mai morti, può essere senza fine.

Brondolo, Giugno 1932

Dino Perosa


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S. Michele Appiano

Dopo un viaggio massacrante per strade polverose ed il tempo impiegato per il viaggio, siamo arrivati ad Appiano. La mia prima impressione l'ho avuta sulla strada della Valsugana, scendendo da Pergine verso Trento, dove la strada allora costeggiava la montagna e le rocce facevano da tetto alla stessa. Quel tratto di strada è stato per me l'impatto che più mi ha colpito per il forte contrasto con il mare, che solo poche ore prima avevo lasciato. Una volta arrivati nella Val D'Adige ove l'orizzonte si allargava, cercavo comunque con i miei occhi sbarrati, di scavalcare quella catena di montagne tutt'intorno senza riuscirci. Per la mia età (8 anni e due mesi) tutto era immensamente grande, anche se ì miei genitori già qualche tempo prima me ne parlarono, descrivendo queste montagne altissime coperte d'alberi. Ma la loro descrizione non mi appagava, perché pensavo o immaginavo, che la casa più grande della mia fosse solo la Chiesa o il campanile, ero praticamente fuori nella valutazione delle differenze enormemente spropositate. In Città a Chioggia ci sono stato solo in occasione della festa del patrono "S. Felice e Fortunato", e per la cresima. Oggi, già dall'asilo vengono accompagnati in gita d'istruzione, ed è giusto sia così.

Dopo qualche giorno d'assestamento e smarrimento, approdo accompagnato da mia mamma nella casa di una famiglia di contadini di madrelingua tedesca, è li che sarei tornato tutte le sere a prendere due litri di latte. Il recipiente che avrei usato era un fiasco non impagliato. Prima di proseguire nel racconto, devo dire che uno dei figli di quella famiglia aveva la mia stessa età (Riccardo), in una delle tante sere, vado come sempre per prendere il latte, ma ai piedi della scala che porta in cucina incontro Riccardo che sta scendendo in cantina a prendere il vino per la cena, con un boccale di terracotta. Riccardo m'invita a seguirlo, apre la cannella in legno della botte e riempie il boccale, poi prende un bicchiere e lo riempie e mi dice: Bevi presto prima che vengano i miei a cercarmi; mentre bevevo mi riempie il fiasco, torniamo su dalla cantina, vai subito a casa vuota il vino e torna a prendere il latte mi disse, ma più m'avvicinavo a casa più mi girava la testa, arrivato in cucina mio padre intuisce subito, mi toglie il fiasco dalla mano, e nero in volto disse a mia mamma: Vuota il vino e vai a prendere il latte di corsa perché Dino è ubriaco. Nel frattempo il papà mi sdraia sulla cassapanca della legna a pancia in giù e la testa a penzoloni, torna la mamma, mi fanno bere il latte, non so quanto, ma penso quel tanto che è bastato per liberarmi del vino.

L'amicizia con Riccardo si fa sempre più forte, anche perché frequentavamo la stessa classe, le parole in tedesco aumentavano e sempre meglio. Nella casa dove abitavamo, abitava anche il medico condotto, un patito della caccia, un giorno chiese a mio padre il permesso di portarmi con se a caccia, per me non fu la prima volta perché altre volte ero andato con mio padre a Brondolo. Così una sera mi portò in moto fino a Frangarto, era ancora chiaro , ma lui prima, dell'imbrunire doveva essere già "postato" in attesa. Mi disse di aspettarlo li, e non muovermi, sulla sinistra della strada, per chi guarda verso Bolzano c'era un grande canneto e gli uccelli (anitre selvatiche, foleghe e beccacce) planavano in quella palude. Si fa scuro, da lontano vedo una sagoma di un uomo, mi prende la paura e comincio chiamare forte il Dott. Intanto quell'uomo s'avvicina e mi chiede cosa faccio li da solo, mentre ritorna anche il Dottore e tutto si chiarisce. Ciò che non si chiarisce con il Dottore, per aver urlato così forte da spaventare gli uccelli, ma il più spaventato ero io.

Il soggiorno ad Appiano si sta purtroppo avvicinando alla dine (dovuto al trasferimento di mio padre), ma la fine si sta avvicinando anche per l'anno scolastico. Tre anni sono trascorsi dal giorno che ho messo piede in questo paese, che lascio con molta nostalgia, e ciò vale anche per gli amici. Lascio questo paese con una evidente incertezza, di ciò che potrò trovare fra qualche mese a Termeno. Ma un anno scolastico non può finire se non condito da un saggio, previsto in tutte le Scuole in tutta Italia, per volere del governo d'allora.

Saggio di fine anno scolastico (I mestieri). Fra i tre mestieri (falegname-ciabattino e fabbro) riservati ai maschi, a me è stato dato quello del fabbro. E fra un colpo di martello e l' altro sull'incudine scandendo le parole, così cantavo:

Sono il fabbro il f erro batto
con il fuoco lo rovento
poi lo piego ed ecco fatto
una chiave vi presento.

Su compagni su al lavoro
chi lavora non s'annoia
il lavoro da guadagni
il lavoro da la gioia.

Lo spettacolo da interpretare era comico-canoro e musicale, il personaggio "Bombolo", dalla famosa canzone di quei tempi. Della canzone ricordo solo qualche strofa, che più o meno le parole erano queste:

Era alto così, era grosso così Un bel dì però
lo chiamavan Bombolo il perché non so
era alto così, era grosso cosi guadagnò un milione
ma fece un capitombolo, tanto si gonfiò
ruzzolò di qua, ruzzolò di la e si emozionò
come fa una palla, per destro fatai che scoppio il pallone.
cade in un canal, ma rimase a galla. Era alto così
Per i suoi piccoli piè era grosso così
per il suo grande gilet lo chiamavan Bombolo.
lo chiamavan Bombolo Ma lui per far una cura
  più intensiva
  ne inghiottiva sempre più.

Il giorno dopo lo spettacolo, chi mi riconosceva per strada, mi salutava così: Ciao BOMBOLO.

Dino Perosa

S. Michele Appiano Sulla Strada Del Vino, Luglio 1935


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Termeno, S.S. del Vino

Già un mese prima di lasciare Appiano per Termeno, mio padre mi prese con se per visitare l'appartamento dove avremmo abitato. Una casa con tutta la facciata coperta d'edera sulla via principale che attraversava in lungo tutto il paese. L'ambientamento è stato durissimo, almeno per me, perché non trovai nelle vicinanze un ragazzo della mia età con cui fare amicizia anche perché, la Scuola era in vacanza. Il 95% degli abitanti erano contadini di madrelingua tedesca, quindi uscivano di casa il mattino presto per rientrare a mezzogiorno oppure la sera. Sento che in questa prima fase di racconto stento ad inserirmi perché mi manca la "spalla", cioè quell' amicizia che trovai ad Appiano solo pochi giorni dopo con cui dialogare e giocare. Per i motivi elencati prima, delle difficoltà ad incontrare un amico andai io a cercarlo finché lo trovavo. È di madrelingua italiana, figlio del Segretario Comunale.

Ma la novità non è questa, la novità è, che è riuscito a fissare un'appuntamento alla fossa grande di Caldaro per farsi il bagno tutti assieme, perché tutti? Oltre a Bruno c'erano con lui altri due ragazzi di lingua tedesca. In quel punto della fossa c'era una buca che era il doppio più larga del nomale corso d'acqua, e molto più profonda, che ci consentiva di tuffarci con fuggi di rane e rospi. Sul fondale un fango limaccioso, bastava sollevarne un po' per rendere l'acqua come il caffellatte.

Noi non possedevamo campagna, quindi in quel periodo senza Scuola io mi trovavo senza compagnia, ma una sera venne a casa mia Walter uno dei due di lingua tedesca per proporre ai miei genitori, se il giorno seguente volevo andare con lui e la sua famiglia in campagna. Per me fu il massimo dell'offerta, e fu così. Appuntamento a casa di Walther alle ore 5. 30, partenza con tutti sul carro trainato da un paio di buoi, quando arrivammo sul prato abbiamo trovato già sul posto il papà di Walter, lo zio era un servo agricolo (allora lo chiamavano cosi) che falciavano l'erba sin dalle quattro. Oltre a me e Walther erano venute sul prato le due sorelle e il fratello. Bisognava sparpagliare l'erba per potersi essiccare meglio. Alle ore 9 merenda, pane fresco e speck, il pane odorava ancora da forno, andavano direttamente al forno a comperarlo senza dover aspettare che aprissero i negozi. Da bere c'era il "leps" un vinello chiarissimo fatto con la seconda torchiatura delle vinacce e allungato con molta acqua, era dissetante con pochissimi gradi alcolici. Alle 11.30 le due sorelle avevano cotto la polenta, dura e di macina grossa che non avevo mai mangiato, a casa nostra si usava molto più tenera e con farina bianca. La sorpresa! Per la prima volta ho mangiato la polenta con le mani, ognuno se ne prendeva una fetta, poi la si schiacciava delicatamente, sempre in una sola mano, e contemporaneamente la si modellava a dorma di siluro, e assottigliandola in modo tale che il boccone non fosse troppo piccolo ne troppo grosso. Devo dire che poche volte ho mangiato così con tanto appetito. Subito dopo mangiato un'altra girata al fieno, lo si rastrellava a filare, e per ultimo lo si caricava sul carro. Un pò lunga la descrizione di questa mia giornata in campagna, ma per me certamente positiva.

Finalmente si riprende con la Scuola, un primo giorno pieno di curiosità sia da parte mia, ma di più da parte di chi circondava e m'interrogava: Da dove vieni? Come ti chiami? Sei italiano?. Adunata per il discorso del Direttore, presentazione del corpo insegnante poi tutti a casa. La ripresa della Scuola è dura per tutti, ma per me in particolar modo se consideriamo che già il cambio da una classe all'altra porta difficoltà di inserimento, figuriamoci per me che di Scuole ne ho cambiate tre ! Il volume d'impegno è aumentato di molto rispetto ad Appiano, per cui di conseguenza sono aumentati anche i compiti per casa, che richiedevano più tempo e lasciavano minor spazio al gioco e minor disponibilità per trovarci con gli amici.

Per una situazione non dipendente dalla mia volontà, ne voluto dai miei amici, questo progetto di ricordi formato da episodi tutti rigorosamente veri, anche se lunghi e barbosi nella loro descrizione, vogliono testimoniare una assoluta estraneità a tutto ciò che ci circondava. Per colpa della nostra giovane età, non avremmo mai capito quante insidie si nascondevano negli adulti che non ridevano, e non scherzavano assieme a noi, ma che in silenzio meditavano quel momento politico che solo conoscevano ideologicamente molto diverso. La loro identità indifesa si ribellava contro una dittatura fascista che li teneva oppressi, un modo per esprimere questa ribellione in silenzio, era quello di separare giorno dopo giorno gradualmente anche nei giochi più ingenui, italiani da tedeschi, pochi furono gli amici di lingua tedesca che mi rimasero fedeli.

Tutto quanto da questo momento scriverò è da considerarsi una mia valutazione personale. Ritengo tutto il periodo che va oltre l'obbligo scolastico per quanto affascinante da rivivere, non può più concordare con il desiderio di chi ha proposto questo progetto di "Luoghi di Vita". Il percorso fino qui ricordato chiude una porta con un cartello scritto "privato", e lascia al suo interno tutte le sue emotività, tutti i suoi sentimenti di una vita vissuta, che non può essere un "ricordo" da raccontare come altri all'inizio descritti. Se dovessi continuare a scrivere, potrei riempire fogli su fogli, ma solo con fantasia da "Fiabe" e quindi mentirei a me stesso, e venderei ai committenti di questo progetto un "quadro falso" che su qualunque parete di casa o mostra fosse esposto si tratterebbe sempre e comunque di un "falso" . Non sono un venditore di fumo, ma un custode geloso della verità che non sempre si può vendere.

Termeno, Sulla Strada Del Vino 1946

Dino Perosa


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